martedì 28 aprile 2026

Opinioni a piccoli sorsi, romanzi fantasy: Tito di Gormenghast, la saga di Abarat, La fine di tutte le cose

Salve a tutti, è Il Moro che vi parla!

Un altro articolo in cui metto insieme opinioni brevi se non brevissime, su cose che ho visto/letto/giocato e a cui per un motivo o per l'altro non mi andava di dedicare articoli più lunghi e dettagliati. Stavolta parliamo di tre romanzi fantasy, che non hanno altro in comune se non l'essere fantasy, un genere che non leggo più molto.


Tito di Gormenghast, di Mervyn Peake


Tito di Gormenghast, di Mervyn Peake (Titus Groan, 1946)

La trilogia di Gormenghast è strafamosa, quindi questo è probabilmente uno di quei casi in cui a parlarne male si finisce per essere tacciati di ignoranza abissale e in cui screenshot dell'articolo vengono condivisi su Facebook a dimostrazione di come i giovani d'oggi non capiscano niente di letteratura e in generale. Per fortuna io sono un giovane di ieri (anche l'altro ieri), quindi questo rischio non mi tange.

Tito di Gormenghast, di Mervyn Peake
Tito di Gormenghast, di Mervyn Peake

Fornamentalmente, Tito di Gormenghast, il primo libro della trilogia, è noioso. 
Delle 500 pagine abbondanti di 'sto malloppone, quasi un centinaio è dedicato a descrivere le varie reazioni che una manciata di personaggi all'interno di questo castello hanno alla notizia della nascita di un nuovo erede per la famiglia dei conti de' Lamenti, signori del castello. Reazioni che vanno dall'indifferenza a un vago senso di preoccupazione... e basta, nient'altro. Cento pagine.
Solo dopo capita finalmente qualcosa, con l'arrivo di Ferraguzzo, giovane astuto che fugge in modo rocambolesco dalle cucine in cui lavorava per iniziare una sorta di piccola "scalata al potere", intenzionato a entrare a servizio di persone sempre più potenti nella complessa gerarchia. Anche lui si prende i suoi tempi, comunque.
Questo romanzo è fatto di descrizioni, relative per lo più a questo castello gotico e cupo, enorme e incredibilmente complesso, con molte stanze e torri vuote e dimenticate, e dialoghi frizzanti e spesso molto ironici tra personaggi fortemente caratterizzati, anche nel modo di parlare. Diciamo pure che i personaggi sembrano un po' tutti matti, ossessionati dal rispetto delle tradizioni e spaventati dai cambiamenti che l'arrivo del nuovo erede e l'ascesa di Ferraguzzo potrebbero causare.

Non si può che lodare la qualità di scrittura di Mervyn Peake, ma non si può nemmeno negare che nel suo romanzo scritto benissimo succeda ben poco. E' una sorta di allegoria sul nuovo che avanza, sul cambiamento che spaventa ma che è anche inarrestabile. Scritto benissimo, per carità, ma non credo che andrò avanti con gli altri due libri della trilogia: questo mondo, pur affascinante nella sua decadenza, non mi ha "preso".




La saga di Abarat, di Clive Barker (2002-2011)

Questa saga si inserisce in un filone molto sfruttato del fantasy: ragazzino/a del nostro mondo con problemi familiari e/o di interazione sociale si ritrova per caso o quasi in un mondo parallelo dove vive un'avventura incredibile. Il più delle volte scopre anche di essere una sorta di prescelto. In Giappone hanno addirittura un termine per indicare questo specifico sottogenere del fantasy, "isekai", traducibile con "mondo differente". 

In questo caso una ragazzina che vive una vita complicata in una cittadina americana dove tutto ruota intorno al grande allevamento di polli finisce in un mondo parallelo prevalentemente marittimo, un arcipelago formato da 25 grandi isole, una per ogni ora del giorno più la "venticinquesima ora", la più misteriosa e magica. Su ogni isola il giorno è bloccato sull'ora che le da il nome. Inutile dire che il cattivo, che dà la caccia alla ragazzina senza nemmeno sapere bene il perché, è il signore dell'Isola di Mezzanotte.


Il tocco di Barker si vede in qualche strana creatura che compare, come sempre alcune sono ai limiti del body horror ma non vengono mai descritte nei dettagli. Per dire, il primo personaggio di Abarat incontrato da Candy sulla testa principale ha delle corna ramificate su cui crescono altre piccole teste, ognuna in grado di parlare e con una propria personalità. Però è uno dei buoni e non sembra avere problemi con la sua condizione. Questo tizio, come alcuni degli altri, non sembrano appartenere a una "razza" in particolare ma essere unici, mentre per altri si parla proprio di razze, come nel fantasy classico, razze però ben diverse dalle solite elfi e goblin, e che per la quasi totalità dei casi vivono in città cosmopolite, in cui non sembrano esserci differenze tra una razza e l'altra. Barker rimaneggia quindi lo stile del fantasy tolkeniano per creare qualcosa di più vicino alle sue corde. Niente comunque che non abbiamo già visto in altri fantasy per ragazzi, la quasi totalità di quelli che ho letto esce dal classico canovaccio tolkeniano per cercare una strada sua, sono quelli più per adulti che preferiscono continuare a rinarrare sempre la stessa storia.
Altro tocco barkeriano è il tono "dark", tra eserciti costruiti riempiendo di sabbia vivente pelli di cadaveri e anime intrappolate in bambole usate come ornamento dai cattivi.


La saga di Abarat risulta essere quindi né più e né meno che un fantasy per ragazzi nel quale un'adolescente del nostro mondo vive un'avventura incredibile in un mondo alternativo, con giusto qualche tocco "dark" in più. Candy visiterà molte delle varie isole di Abarat scoprendone le meraviglie, per la maggior parte del tempo scappando da questo o quello scagnozzo del cattivo principale che le da la caccia, incontrando nuovi, bizzarri amici lungo il percorso, fino a formare una "compagnia" in grado di aiutarla nella lotta contro il villain di turno. Ci sarà spazio anche per tematiche diverse dalla pura avventura, su tutte l'amore non corrisposto, che a volte si può trasformare in odio assoluto.

I libri sono impreziositi dalle illustrazioni dello stesso Barker, che rappresentano personaggi e ambientazioni della saga.

Ho trovato questo libro poco interessante, tutto sembra andare avanti in modo meccanico, prevedibile, con giusto qualche concessione di originalità per le strambe creature barkeriane. Ammetto di letto il primo libro, essere arrivato a metà del secondo e poi aver smesso senza troppi rimpianti.

La saga di Abarat nasce come pentalogia, ma ad oggi sono usciti 3 libri, Abarat nel 2002, Abarat: giorni di magia, notti di guerra nel 2004 e Abarat: Assoluta mezzanotte nel 2011. La mancanza degli altri 3 non è dovuta a un mancato adattamento italiano, come è successo spesso e volentieri, ma non sono proprio mai usciti: da anni Barker ne ha annunciato i titoli (Kry Rising e Until The End of Time) ma presumibilmente non ne ha scritto nemmeno una riga. Già dal secondo al terzo ci sono voluti 7 anni, ma dal 2011 al 2025 direi che ogni speranza ormai è persa, tanto più che se non sbaglio l'ultimo romanzo Barker l'ha pubblicato nel 2015 (Scarlet Gospel, seguito sia di Hellraiser che della saga di Harry D'Amour). Ora ha 72 anni, figurati se ha voglia di tornare a scrivere fantasy per ragazzini.




La fine di tutte le cose, di China Mieville (Kraken, 2010)

Mi sono innamorato di China Mieville con la sua trilogia del Bas-Lag, che annovero tra le cose più belle che ho mai letto. I primi due della trilogia, almeno, ma tanto ognuno fa storia a sé. 
Ho letto altri suoi romanzi, tra cui La città e la città di cui ho parlato qui, e posso dire che buona parte di quello che ho scritto per quel romanzo è adattabile anche a questo. E questo ha rubato a quello il podio come romanzo di China Mieville che mi è piaciuto di meno.

Siamo di nuovo a Londra. Se ne Il libro magico quella Londra era una sorta di versione parallela della stessa città, la londra di Un regno in ombra è praticamente la stessa che vediamo in La fine di tutte le cose. Non nel senso che i due romanzi condividano la stessa ambientazione, nel senso che si tratta di nuovo di una versione di Londra dove la gente comune non sa di tutti i magheggi che avvengono sotto i suoi occhi, laddove con magheggi si intende letteralmente. 
Londra è piena di gente in grado di usare la magia, divisi in gruppi, tra cui spiccano le decine di sette religiose dedicate al culto di questo o di quello. Ma quando da un museo sparisce un calamaro gigante sotto formalina, calamaro che è oggetto del culto del dio Kraken, le cose precipitano, e tutti i veggenti, aruspici e quant'altro iniziano a profetizzare la prossima fine di tutto...

Seguiamo le sfortune di Billy, il tecnico del museo che aveva messo in conservazione il calamaro gigante. Convinti che lui sappia dove è finito il bestione, svariate parti gli danno la caccia per farsi dire qualcosa che non sa. I cultisti del Kraken, la polizia, la malavita e altri ancora, e la maggior parte di loro non sono disposti ad andare per il sottile.

Il principale difetto di questo libro è che Londra viene descritta come una città talmente piena di sette, maghi e creature magiche varie che risulta impossibile credere che la gente normale non si accorga di nulla. Perfino la sezione della polizia che si occupa delle indagini occulte è ridotta a tre persone costantemente prese in giro dai colleghi, mentre è evidente che le principali forze in gioco a Londra sono proprio di natura magica. La sospensione dell'incredulità va a farsi benedire in fretta.
Di contro la vicenda di Billy e dei suoi guai è abbastanza appassionante, anche se sono sicuro che si sarebbe potuto tagliare qualcosa senza troppi problemi (tipo tutta la parte relativa a Marge, abbastanza inutile nell'economia della storia). Però non sono mai riuscito a liberarmi della sensazione che La fine di tutte le cose fosse "solo" un altro urban fantasy, che non riesce a raccontare niente di nuovo, rispetto ai molti altri che sono stati scritti. Un compito ben eseguito da China Mieville, ma un lavoro non "sentito", nel quale riesco a individuare solo sprazzi di quelli inventiva un po' weird e originale che solitamente caratterizza il lavoro dell'autore. Non male, diciamo, ma mi aspetto di meglio da un autore che ha scritto due tra i miei libri preferiti di sempre.

C'è anche da dire che l'ho ascoltato in forma di audiolibro e, caso raro nella libreria di Audible, ho trovato il lettore piuttosto scarso. Abituato alla qualità eccezionale di alcuni attori che hanno prestato le loro voci agli audiolibri che ho ascoltato fin'ora, la differenza è evidente. Potrei accettare un lettore del genere in un audiolibro su Youtube, ma Audible ci ha abituato a un'altra qualità. Questo ha sicuramente influito sul mio giudizio complessivo su questo libro.

Il Moro

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