Salve a tutti, è Il Moro che vi parla!
Ho raccolto in un unico articolo le mie opinioni su secondo, terzo e quarto film della saga iniziata con 28 giorni dopo. Ogni opinione è stata scritta subito dopo aver visto il relativo film, quindi tra la stesura dell'una e dell'altra è passato un po' di tempo, se l'articolo non vi sembra un discorso unico è perché non lo è.
28 settimane dopo (2007)
Volevo guardare 28 anni dopo, e m'è venuto un dubbio: ma questo non è il terzo? Ma il secondo l'ho visto?
O non l'ho visto, o non me lo ricordavo per niente, quindi in ogni caso ho fatto bene a guardarlo (che poi anche 28 giorni dopo me lo ricordo solo più o meno, non ho idea di come finisse... Ah, l'età).
Ma dite la verità: voi ve lo ricordavate? L'originale è strafamoso, questo non mi sembra proprio che abbia avuto la stessa risonanza. Perché, non saprei, visto che non è affatto male.
28 settimane dopo, è ambientato dopo, beh, potete arrivarci. Siamo sempre a Londra, ma ormai gli "infetti" sono tutti morti di fame. Le forze armate americane sono sbarcate in Inghilterra e hanno riunito i pochi superstiti con gli inglesi che fortunatamente erano all'estero, scegliendo la capitale per iniziare la ricostruzione. Ma ovviamente tutto se ne va a quel paese, se no che film di zombi è (si, vabbé, non sono zombi, ma poco ci manca)?
Seguiamo quindi le vicende di una famigliola divisa dalle avversità, poi riunita, poi divisa di nuovo. Una vicenda struggente e recitata da bravi attori, in particolare da un Robert Carlyle meravigliosamente tormentato, che riesce a coinvolgere dall'inizio alla fine, con alcuni pugni nello stomaco che si fanno ben sentire.
Cambiano gli autori, Danny Boyle e Alex Garland stanno lavorando a Sunshine (film che non sono riuscito a finire, mi sono addormentato prima della metà), rimangono solo come produttori, il che probabilmente ha aiutato a ottenere un budget di 15 milioni, ben di più degli 8 del primo capitolo. Comunque poco per le cifre che siamo abituati a sentire, ma molto ben sfruttati: subito prima di questo ho visto, per puro caso, due horror con un budget intorno ai 20 milioni (Nessuno ti salverà e Hellboy - L'uomo deforme, del quale parlerò prossimamente), ma niente in questo film mi ha fatto pensare di avere a che fare con un budget inferiore, anzi, piuttosto il contrario.
Il nuovo regista Juan Carlos Fresnadillo non fa sentire la mancanza degli autori originali, presentandoci una storia interessante (per quanto non perfetta: viene portata avanti da svariate "coincidenze", colpi di culo o di sfiga che sono evidenti forzature di sceneggiatura) e ben girata. Gli "infetti" sono sempre ugualmente spaventosi, al netto di un uso un po' eccessivo della shaky cam, altrimenti nota come "telecamera agitata a cazzo". Ma la sua forza è quella di essere un film dalla durata di un'ora e mezza in cui il ritmo non cala mai e che riesce a far temere per i suoi personaggi, che sembrano davvero sempre sul punto di lasciarci le piume.
Un ottimo seguito, quindi. Certo, l'originale era meglio, anche perché era, appunto, l'originale, mentre il seguito si limita a costruire una nuova storia nell'ambientazione creata dal primo. E' per questo che è un ottimo "seguito".
E ora posso pure vedermi il terzo, anche se molto probabilmente non avevo bisogno di guardarmi prima questo.
28 anni dopo (2025)
Confermo che potevo anche non guardare 28 settimane dopo (beh, non che mi sia dispiaciuto farlo): non è stato minimamente preso in considerazione. Gli infetti che nel giro di 28 settimane erano tutti morti di fame, dopo 28 anni sono invece ancora perfettamente in forma, hanno giusto perso i vestiti. Si presume che mangino quello che trovano in giro e si riproducano tra di loro, il che denota anche un'intelligenza superiore a quella che si è vista nei film precedenti. E il virus che si era diffuso anche al di fuori della Gran Bretagna viene liquidato con una mezza frase all'inizio del film: "L'Europa continentale riuscì a respingerlo", e fatevelo bastare.
Tornano comunque Danny Boyle alla regia e Alex Garland alla sceneggiatura, che ci portano in una Gran Bretagna in quarantena, isolata dal resto del mondo, in cui alcune comunità sopravvivono come possono. Eccoci quindi in una comunità rurale su un'isoletta in cui i giovani maschi vengono allevati come cacciatori, per poi inoltrarsi nel continente a fare scorte, cercando di evitare gli incontri con gli infetti. Il fatto che siano inglesi e non americani si vede dal fatto che usano arco e frecce: gli americani non avrebbero mai finito le pallottole, anche senza produrne altre probabilmente ne hanno abbastanza da far fuori tutto il Regno Unito un infetto alla volta.
Nella "mitologia" del 28 qualcosa dopo vengono introdotti anche gli infetti lenti, ciccioni pelati che avanzano carponi (alla faccia del morire di fame!) e gli "alpha", infetti particolarmente grossi, forti, intelligenti e, ehm, con un pene enorme. Roba da far venire male alla schiena per portarlo in giro.
In questa ambientazione che sembra il preludio a una tamarrata apocalittica alla moda di una volta (dai, gli zombi evoluti, il prete pazzo dell'introduzione!), Garland e Boyle invece rimangono su un terreno a loro più congeniale, una storia toccante riguardo all'amore di un figlio per la madre malata, in un mondo in cui non è possibile procurarsi medicine.
Un film diretto con maestria, che riesce sia a spaventare sia a emozionare. Il dramma della malattia e del distacco che diventa quasi preponderante rispetto al fatto che il mondo (o almeno il Regno Unito) è bello che finito. Il racconto di un passaggio dall'infanzia all'età adulta vissuto nel modo peggiore possibile. E non ci facciamo mancare riferimenti politici, in particolare alla Brexit, che evidentemente agli autori non piace granché, visto che ci mostrano una Gran Bretagna isolata (ah ah!) che non può attendersi aiuto dal mondo esterno, mentre un'altra isola, cioè la madre di nome Isla e spesso anche isolata all'interno della sua mente malfunzionante, ha bisogno di recarsi all'esterno dell'isola più piccola su cui sorge il villaggio in cerca d'aiuto. Per nulla didascalico, eh.
Poi però, dopo la seconda metà del film, con un messianico Ralph Finnies e i momenti più toccanti della pellicola, arriva di colpo, quasi appiccicato al fondo come se il film dovesse finire un paio di minuti prima poi fosse venuto in mente all'ultimo agli autori di aggiungere un pezzo come lancio per il sequel, un finale che fa un tale contrasto con il resto da lasciare spiazzati. L'essenza di quella tamarrata di zombi che all'inizio sembrava voler essere, oltretutto girata neanche tanto bene visto che si torna a un uso della telecamera shackerata e a un montaggio schizofrenico che eravamo riusciti a evitare per quasi tutto il film. Ma che c'entra con il resto?!
Va beh, comunque 28 settimane dopo è un ottimo film, peccato che sia anche lui pensato come tutti i blockbuster dell'era moderna: come un primo capitolo di una saga più lunga. Ma se lo stoppate due minuti prima della fine funziona benissimo come film a sé stante.
28 anni dopo - Il tempio delle ossa (2026)
Non abbiamo dovuto aspettare un "28 lustri dopo", il sequel di 28 anni dopo è uscito a distanza di un solo anno. Anche perché è un sequel diretto, che continua esattamente da dove si è concluso il predecessore (sì, proprio quegli ultimi strambi due minuti di cui si poteva fare a meno) ripresentando sia il personaggio del ragazzino, qui non più protagonista ma ridotto a mera spalla, sia quello di Ralph Finnies, qui decisamente più importante.
28 anni dopo - Il tempio delle ossa sembra piazzarsi in un settore leggermente diverso da quello dei suoi predecessori, avvicinandosi di più alla saga di Romero. Quindi meno riferimenti politici, sia interni sia sulla politica estera, e sotto con un classico: ci sono gli zombi, anche se qui si chiamano in un altro modo, ma il vero pericolo non sono loro, ma le persone.
Gli infetti qui sono pochi, e sono più le volte che vengono ammazzati senza troppi problemi che quelle in cui costituiscono un vero pericolo. Non si vedono nemmeno i ciccioni pelati, evoluzione degli infetti molto "da videogioco" del predecessore, e l'unico alfa è Samson, che subisce un trattamento che non può non ricordare Bub di Il giorno degli zombi. No, qui l'orrore vero è costituito da questo gruppetto di satanisti cattivissimi (e apparentemente immuni al sangue infetto, visto che non si fanno problemi ad ammazzare infetti da vicino con armi da taglio, e li avessi visti una volta ripulire una lama) intenti a torturare e uccidere tutti i sopravvissuti che trovano in giro.
L'ho scoperto solo dopo, dato che è una faccenda molto nota nel Regno Unito ma di cui io non avevo mai sentito parlare: i "Jimmy" si rifanno a Jimmy Savile, in vita seguitissimo e molto amato conduttore radiofonico e televisivo, anche di programmi per bambini, nonché filantropo. Dopo la sua morte è venuto fuori che era un pedofilo seriale. Portava lunghi capelli biondi e in molte trasmissioni vestiva con tute da ginnastica. Palese, se lo sai.
Questo è un film della saga di 28 giorni dopo, nonché un film di zombi in odore di Romero, quindi si tende a cercare anche qui un'allegoria, del tipo cosa succede a ragazzi cresciuti in un mondo privo di valori e di regole. Sono dei ragazzi traumatizzati che si sono fatti trascinare nella follia di un leader nemmeno tanto carismatico, cosa che succede a chi non ha gli strumenti emotivi per trovare una sua strada. Vedete voi se sia la giusta chiave di lettura, oppure una di quelle interpretazioni successive che trovano in opere letterarie significati profondi a cui nemmeno l'autore ha mai pensato. Io un po' questa sensazione ce l'ho, forse dovuta anche al fatto che quella narrata sia una storia "piccola", con una manciata di personaggi, se Jimmy avesse avuto centinaia di seguaci forse l'avrei interpretata diversamente.
A fare da contraltare alla follia satanista abbiamo il rigore scientifico del dr. Kelson di Ralph Finnies, protagonista oltretutto di uno dei migliori utilizzi mai fatti al cinema di The number of the beast degli Iron Maiden. C'è probabilmente un'allegoria anche nel fatto che anche colui che dovrebbe rappresentare la ragione è matto come un cavallo, ma mi è sfuggita. Accetto suggerimenti.
Meno politica, più sociologia, che non sono proprio la stessa cosa anche se si somigliano. Sono stato per un po' perplesso guardando questo film e ho riscritto questa opinione un paio di volte, perché di sicuro mi è piaciuto, ma non ho capito se mi è piaciuto tanto o solo abbastanza. Forse è perché è un film che si stacca dalla falsariga della saga di appartenenza, anche registicamente dato che la regista Nia DaCosta lavora molto bene ma non è Danny Boyle, per addentrarsi in territori più romeriani. Se ti rifai a Romero di sicuro non sbagli, ma questo seppur leggero cambio di direzione mi ha lasciato un po' interdetto.
Tutte queste considerazioni non vi traggano in inganno: 28 anni dopo è un film assolutamente da vedere. Poi vi fate le vostre idee.
Anche questo film, come il precedente, sembra finito poi ce n'é ancora un pezzettino, che apre il terreno al prossimo sequel, un po' come le scenette dopo i titoli di coda nei film Marvel solo che qui sono prima dei titoli. Aspettiamoci quindi altri titoli come Ancora 28 ore con la partecipazione di Eddie Murphy e Nick Nolte, oppure Se vuoi che il bucato asciughi bene devi lasciarlo steso almeno 28 ore, o Il sugo non deve cuocere meno di 28 minuti, che vanno bene le allegorie sociali, ma ogni tanto bisogna parlare anche di problemi pratici.
Il Moro
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