Salve a tutti, è Il Moro che vi parla!
Si fa un gran parlare (male, per lo più) del film Netflix
The Electric State, noto più che altro per la cifra folle che è
costato. Giusto per dare qualcosa in più alla mia opinione rispetto a quella
degli altri, ho deciso di leggermi prima il fumetto (che in realtà non è un
fumetto) e parlarvene qui.
Quindi:
The Electric state, di Simon Stålenhag (2018)
Simon Stålenhag è un artista svedese, specializzato in arte digitale di genere retro-futuristico. In particolare il suo soggetto preferito sono edifici o macchinari in rovina in mezzo alla campagna, che danno un'idea di malinconia e di un mondo che è andato in una direzione diversa. Si tratta né più e né meno che di arte ucronica, che immagina un passato in cui la tecnologia si è evoluta più in fretta rispetto a quello che è successo nel nostro mondo, e in cui però a un certo punto tutto è collassato. Molte delle sue illustrazioni sono state pubblicate in raccolte, alcune unite solo da una certa continuità tematica, altre raccontano proprio una storia, per quanto vaga e senza parole. Almeno credo, in realtà non ho mai preso in mano una sua raccolta a parte The electric state, quindi non so dire se anche le altre avevano una storia scritta ad accompagnarle, ma da quel che ho capito per lo più no, erano solo raccolte di illustrazioni che in qualche caso, viste in sequenza, davano l'idea di una trama. Da una di queste raccolte di illustrazioni digitali, Tales From The Loop, è stata tratta l'omonima serie televisiva, che incorpora anche elementi dal gioco da tavolo tratto dallo stesso libro. Non l'ho vista.
Sul sito di Simon Stålenhag potete trovare una gran quantità di illustrazioni, comprese tutte o quasi quelle di The Electric State, senza però la storia che le accompagna. Vi metto qui una manciata di sue illustrazioni scelte a caso prese proprio da quel sito.
Tornando all'oggetto del post, da più parti potreste leggere che il film
The electric state è tratto da un fumetto, ma non è esatto. Come
dicevamo, si tratta piuttosto di un racconto illustrato, in cui però le
illustrazioni sono più importanti della storia. Illustrazioni in orizzontale
accompagnate da un testo che racconta la storia di una donna e del suo amico
robot (che però ha bisogno di dormire) che vagano per un paesaggio
apparentemente postapocalittico, visto appunto che vedono pochissime persone e
per lo più incrociano strutture in lontananza e macchinari autonomi o
comandati da remoto.
Il racconto è lento, per non dire lentissimo, e pacato, per non dire pacatissimo. Pian piano apprendiamo alcune cose su questo mondo, ma più che altro ci perdiamo nei flashback della protagonista, che racconta della sua vita "prima". I flashback sono per lo più inutili ai fini della trama, ma servono ad aumentare l'effetto malinconico dell'opera.
La storia ci parla di un mondo nel quale alcuni robot convivono con gli umani, dopo essere stati utilizzati in guerra, e in cui ha preso piede un nuovo apparato per la realtà virtuale. Apparato che risulta talmente coinvolgente da superare qualsiasi droga, tanto che c'é chi semplicemente non se ne stacca più fino a morire di fame. La protagonista e il suo amico robot si muovono quindi in questo mondo dove la maggior parte della gente è in casa attaccata ai suoi dispositivi, e molti ci sono pure morti dentro. Alcuni vagano per le strade simili a zombi, seppur innocui.
Ci sono altri approfondimenti riguardo all'ambientazione, a latitare è la trama. Per la maggior parte del tempo continuamo a vedere questi che viaggiano e viaggiando, senza praticamente incontrare mai alcuna vera difficoltà, e vedono tutte queste stranezze lungo la strada. Solo verso la fine scopriamo cosa stavano cercando e chi era realmente il robot. Tutto si basa sulle atmosfere, sullo scoprire cosa sta succedendo a questo mondo, in cui i protagonisti sono solo altri due poveracci in cerca di una parvenza di felicità.
Le illustrazioni che seguono sono anch'esse prese dal sito di Simon Stålenhag e appartengono tutte a The Electric State.
Malinconia, mistero e un senso generale di vuoto e tristezza, sono le cose che trasmette questo racconto illustrato. Oltre ovviamente a una critica per nulla velata verso l'utilizzo eccessivo dei dispositivi elettronici.
Da questo racconto è stato tratto il film del 2025:
The Electric State (2025)
Dietro alla produzione del film ci sono i fratelli Russo, noti per il loro lavoro nel MCU, sarà colpa loro che il film sia costato così tanto? In effetti la prima cosa che si sente dire di questo film è che è costato un patrimonio: con un budget di 320 milioni di dollari, Wikipedia lo mette al 35esimo posto tra i film più costosi della storia nella classifica che tiene conto dell'inflazione. Ma quelli prima e anche tutti quelli dopo presenti nella lista sono usciti al cinema, mentre questo è uscito direttamente su Netflix, il che ne fa la produzione direct-to-video più costosa di sempre. Su IMDB c'è una lista dei film più costosi che non sono mai stati distribuiti nelle sale ma a leggerla direi che non è in ordine, al secondo posto c'è Hellboy: The Crooked Man, con 25 milioni di dollari ma scendendo si trova roba costata molto di più, in particolare Slumberland e 6 Underground arrivano a 150 milioni. Comunque meno di metà di questo.
Per cosa saranno stati spesi tutti questi soldi? Beh, per gli effetti
speciali, belli, belli, belli in modo assurdo, una CGI pazzesca, il che vale
praticamente per tutti i blockbuster fantascientifici moderni.
Ma la CGI
è al servizio di una trama altrettanto valida?
Avendo letto il racconto, posso dire che il film non c'entra quasi nulla. Sì,
l'ambientazione è somigliante, la trama più o meno ha le stesse premesse, ma
finisce lì. Innanzitutto il film si premura di dirti nel giro dei primi cinque
minuti quello che nel libro è la sorpresa finale, demolendo quasi del tutto
qualsiasi senso di mistero. Che poi l'americano medio non riesce a seguire se
non gli spieghi bene tutto. Tutto sembra pensato in modo evitare la maggior
parte dei flashback e rendere la trama il più lineare possibile. Che poi era
una trama di una semplicità disarmante, effettivamente troppo per un film, e
infatti è stata arricchita di molti elementi e personaggi. Nel libro c'erano
lei e il robot, e basta, comparivano giusto i genitori e i tutori in alcuni
flashback. I personaggi di Giancarlo Esposito, che interpreta di nuovo un
assassino impassibile, Stanley Tucci, che interpreta di nuovo il CEO di una
multinazionale malvagia, Alan Tudyk,
che interpreta di nuovo un robot, Ke Huy Quan, che interpreta di nuovo uno scienziato nerd un po' matto,
Chris Pratt, che interpreta di nuovo... Chris Pratt, e chiunque altro compaia
a schermo, tutti i robot compresi, sono tutti aggiunte del film,
così come molti elementi di ambientazione e il fatto che il fratello scomparso
sia così importante.
Gli elementi aggiunti però snaturano del tutto il
senso del racconto, che da "storia triste di sconfitta e perdita" si è
trasformato in un kolossal d'azione fantascientifico, con svariate concessioni
alle gag, addirittura battaglie campali e discorsi motivazionali, finendo per
somigliare più alla versione Marvel di
A.I. - Intelligenza Artificiale che al racconto da cui è tratto.
Ma con un finale lietissimo, che vuoi mica che questi poveri americani ci
rimangano male alla fine di un film.
Stranamente la lunga durata non si fa sentire, il film scorre con un ottimo ritmo, ma in tutte e due le ore comunque non c'è un minimo di approfondimento di tutti questi personaggi, così che di alcuni capiamo le motivazioni solo perché le abbiamo già viste in altri film, di altri non le capiamo e basta, vedi i clamorosi voltafaccia di qualcuno. E a proposito di scarso approfondimento, non ci viene data nessuna vera motivazione per farci capire che la connessione con i visori è "il male", perché a parte il tutore in cannottiera all'inizio non vediamo praticamente nessun utilizzo negativo di questa tecnologia. Staccarla serve giusto a rendere meno vulnerabili i robot, senza più i droni a contenerli, quindi probabilmente nel giro di qualche anno avranno conquistato il mondo e sterminato gli umani, grazie tante.
![]() |
Un robot intento a leggere fumetti Marvel, probabile citazione dei fratelli Russo all'universo che li ha resi famosi (e in grado di chiedere budget faraonici per qualsiasi cagata). |
Alcune scene sono riprese pari pari dal racconto, ma è solo grafica. Ad esempio il kayak giallo, importantissimo ai fini della storia del racconto anche se non sappiamo il perché fino alla fine, qui compare per un paio di secondi giusto per farlo vedere. Se non si è letto il racconto, comunque, molte di queste immagini hanno poco senso, spogliate come sono del significato e di tutta la loro carica di cupa rassegnazione alla fine inevitabile, risultando solo bizzarrie architettoniche senza altri livelli di lettura.
The Electric State è un film molto più "ricco" del racconto illustrato da cui è tratto, non nel senso che è costato un sacco di soldi ma nel senso che c'è molta più roba, più lore, più trama, più ambientazione, più personaggi, più tutto. Ma riesce lo stesso a essere un film "vuoto", un altro kolossal d'azione per ragazzini con i robottini simpatici, praticamente il contrario dell'opera originale, che riempiva i suoi vuoti con l'emozione.
The Electric State: Kid Cosmo
Ed ecco un ulteriore bonus: libro, film, e ora due parole anche sul
videogioco.
The Electric State: Kid Cosmo è un videogioco per dispositivi Android e IOS.
Essendo un gioco
Netflix, è gratuito per chiunque abbia l'account Netflix.
Purtroppo
risulta misteriosamente incompatibile sia con il mio cellulare che con il
tablet, nonostante riesca a far girare tranquillamente giochi graficamente ben
più complessi, quindi per provarlo ho dovuto usare Bluestack, emulatore di
Android per PC.
Il gioco ci porta un po' indietro nel tempo rispetto a quanto visto nel film (ovviamente il riferimento è il film, il libro non c'entra nulla), quindi a metà degli anni '80. Il ragazzino prodigio riceve un videogioco portatile, simile a un GameBoy, con la cartuccia di un videogioco di Kid Cosmo, che ricordiamo nel film è protagonista di una serie di cartoni animati.
In pratica stiamo giocando a un videogioco anni '80, su una console portatile (un po' troppo avanzata per l'epoca ma ehi, ci sono anche i robot). Il gioco consiste in una serie di quadri con enigmi ambientali abbastanza vari, ma tutti molto semplici. Mentre giochiamo sentiamo i commenti dei due bambini che commentano il gioco e un po' anche la loro vita, scoprendo un po' di più su di loro. Non che ci sia granché da scoprire, tutto ruota intorno al piccolo genio problematico Chris e ai suoi problemi di interazione e di fiducia, e all'ansia per la guerra contro i robot che si profila all'orizzonte.
Parliamoci chiaro, questo gioco è niente di più e niente di meno che marketing per la pellicola, ma la pixel art d'atmosfera, unita ai commenti dei ragazzi, lo rendono un'esperienza interessante. Peccato che sia comunque necessario aver visto il film per apprezzarlo appieno, ma se avete Netflix sia il film che il gioco sono inclusi nell'abbonamento, quindi se vi siete sorbiti l'uno potete dare un'occhiata anche all'altro.
Il Moro.
Tutti i film di fantascienza,
tutti i fumetti,
i videogiochi e
i romanzi di fantascienza
di cui ho parlato nel blog, più gli altri
confronti tra libro e film
e tra
fumetto e film.
Devo assolutamente vederlo (il film).
RispondiEliminaNon è che sia proprio necessario... 🤣
EliminaL'arte dello svedese mi ha sempre incuriosito, seppure solamente dal punto di vista estetico. Infatti mi sono tuffato a pesce sulla serie tratta da Tales From The Loop e l'ho trovata intrigante, particolare, forse discontinua, ma comunque secondo me vale la visione. Da questo film invece credo mi terrò alla larga, un po' per la protagonista, un po' per i Russo, un po' (soprattutto direi) perché non ho Netflix.
RispondiEliminaMi sembrano tutte ottime motivazioni! 😁
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