giovedì 12 settembre 2013

Frank Miller's Robocop, recensione

Salve a tutti, è Il Moro che vi parla!

Forse non tutti sanno che a Frank Miller, all'epoca strafamoso grazie al suo lavoro su Daredevil e alla graphic novel Il ritorno del cavaliere oscuro, venne chiesto di scrivere la sceneggiatura per Robocop 2. Miller però non aveva mai lavorato per il cinema, e si offese parecchio quando vide la sua sceneggiatura profondamente rimaneggiata (poverino, si è offeso...). Quando uscì Robocop 3, poi, vi confluirono alcune idee della sceneggiatura di Miller che erano state escluse dal 2, e il nome di Miller comparve nei crediti. Miller però si è incazzato abbestia perché alla fine dei conti Robocop 3 c'entrava con quello che aveva scritto lui quanto i cavoli a merenda, e dichiarò che non avrebbe mai più lavorato per il cinema. La barcata di soldi che gli è stata promessa per Sin City gli ha fatto cambiare idea, ma ci sono voluti quindici anni.
Nel 2003 le sceneggiature originali di miller vengono recuperate e riadattate in fumetto per i testi di Steven Grant e i disegni di Juan Jose Ryp (stavolta con il beneplacito di Miller, che ha anche disegnato le copertine).

La trama, in effetti, sembra un mix tra quella del secondo e del terzo film di Robocop, ma le differenze sono molte (e RoboChiappone non svolazza attaccato a un ridicolo Jetpack).

I poliziotti di Detroit sono in sciopero. Questo scatena un'ovvia ondata di delinquenza nelle strade, e la strapotente multinazionale OCP, padrona in pratica di qualunque cosa, fa scendere in campo una milizia privata per aiutare la dozzina di poliziotti rimasti in servizio (tra cui il nostro Murphy, ovviamente) a mantenere l'ordine.
Allo stesso tempo, la OCP ritiene RoboCop obsoleto, e decide quindi di sostituirlo con un nuovo modello, trasformando Murphy in una sorta di demenziale addetto alle Pubbliche Relazioni.



La natura dissacrante e satirica del film, evidente soprattutto nelle trasmissioni televisive e nelle pubblicità, qui è ulteriormente esagerata, a tratti pure troppo. Ma questo non è e non vuole essere la rappresentazione di un futuro realistico, piuttosto quella di un mondo dove ogni freno inibitore, ogni senso morale non solo è caduto a terra, ma un cane ci ha pure pisciato sopra. Non ci sono "veri" innocenti, anche i bambini sono per lo più dei pezzi di merda, e i cittadini ingrati sono pronti a dimenticare in un attimo chi li ha aiutati per dedicare la loro attenzione al nuovo programma televisivo, davanti al quale sedersi imbambolati mentre il mondo intorno a loro cade a pezzi. Un'orribile distopia uscita di forza dagli anni '80 americani, con il senso di paranoia e disagio sociale che si portano dietro.


Il fumetto gode, come già detto, dei disegni di Juan Jose Ryp, che è pazzo. Il suo stile è estremamente adatto al tipo di storia qui raccontata: ultraviolenta, splatter, piena d'azione serrata e di gente fatta a pezzi.
Tutto sembra pronto a sfasciarsi e a sanguinare, a Detroit e a Delta City. Arti staccati, teste spappolate, esplosioni, edifici distrutti, perfino i muri di mattoni e le automobili sembrano sanguinare.

I disegni di Ryp sono stracarichi di dettagli. In ogni tavola possiamo contare i pezzi di calcinacci sparsi in giro, i difetti (notevoli) della pelle dei personaggi, le macchie di sudore, le cicatrici, gli strappi nei vestiti, le lamiere contorte...
Talmente tanti sono i dettagli, talmente incasinate le scene d'azione, che spesso capita di non riuscire a capire cosa diavolo sta succedendo.
A ciò aggiungiamo una sceneggiatura a tratti confusionaria e "schizzata", con cambi di scena ed evoluzioni rapidissime. Insomma, pur avendo una trama tutto sommato abbastanza semplice, capita di rileggere due o tre volte alcune pagine prima di capirne abbastanza per poter andare avanti.


Questo è il maggiore difetto di questa miniserie (raccolta in volume all'interno della collana Dark Side associata alla Gazzetta dello Sport): la cura della sceneggiatura e della trama passa in secondo piano rispetto alla necessità di infilare ovunque esplosioni, squartamenti e sparatorie.
Merita comunque di essere letta, soprattutto se amate l'azione serrata e i denti rotti che saltano in giro. Se siete in cerca di una trama degna di tale nome, potete anche lasciar perdere.

Lo stesso autore, Steven Grant (stavolta senza Miller) ha lavorato anche a due one-shotRoboCop: Killing Machine e RoboCop: Wild Child. Fanno schifo, lasciateli dove sono.

Il Moro

2 commenti:

  1. Robocop è una di quelle cose fumettistiche che ancora mi manca...
    Non tanto comprarlo, ma proprio di leggerlo!
    Non mi è mai capitato di vederlo in fumetterie o da amici

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    Risposte
    1. E ne hanno anche fatti abbastanza... Questo era uscito nella collana "dark Side", che riuniva vari fumetti cupi e violenti, allegati alla repubblica o al corriere o a qualcos del genere.
      Il Moro

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