venerdì 12 dicembre 2014

Corpo a corpo, di Iain Banks. Recensione.

Salve a tutti, è Il Moro che vi parla!

Finora ho letto due libri di Banks: questo Corpo a corpo (The Bridge, 1986, che già allora in Italia si cambiavano i titoli accazzo, ditemi cosa c'entra quello italiano con il romanzo, e la stessa cosa vale per la copertina) e La mente di Schar (Consider Plebhas, 1987), che ho recensito qui.
Le differenze tra i due romanzi sono tali che mi viene la mezza idea che firmarne uno come Iain Banks e l'altro come Iain M. Banks indichi effettivamente una doppia personalità.

La mente di Schar è una serie rocambolesca di avventure spaziali frenetiche, dove succede di tutto, con un protagonista sfigato che per tutto il tempo non fa altro che correre, sparare e rotolare.

Corpo a corpo, invece, è un libro molto lento, riflessivo, profondo. Non è nemmeno fantascienza, non esattamente, potremmo metterlo nel filone del weird, al massimo.


Il protagonista si ritrova, privo di memoria, su un ponte enorme che si allunga nelle due direzioni per una lunghezza incalcolabile, anche se gli abitanti dicono che ha una fine e un inizio. Perché il ponte è abitato, eccome: ci sono fabbriche, campi coltivati, uffici, centri ricreativi, ristoranti. Le popolazioni del ponte parlano lingue diverse e hanno usanze diverse, ma sono umani, con le loro debolezze e le loro ipocrisie. John Orr, questo il nome che gli è stato imposto, cerca di scoprire la verità sulla sua identità sottoponendosi a sedute psichiatriche. Vorrebbe anche esplorare il ponte per scoprire la sua natura, che tutti lì sembrano accettare senza porsi troppe domande, ma l'essere in cura gli impedisce di allontanarsi troppo.



Quello che il lettore conosce (o quantomeno presume) ma Orr ignora è che lui è stato vittima di un incidente nel mondo reale, e si trova in coma in un letto d'ospedale. Il ponte è quindi un "semplice" sogno lucido, una specie di luogo tra la vita e la morte, o che?
John Orr ci racconta più o meno quello che gli succede come in un diario, quindi la vicenda è molto introspettiva e si evolve lentamente. La sua storia è inframezzata dai racconti dei suoi sogni, che condivide con il suo psichiatra, e alcuni di essi hanno sufficiente dignità che volendo avrebbe anche potuto pubblicarli da soli.


Lui è Iain Banks, purtroppo deceduto l'anno scorso.

La trama è quindi molto interessante, e a ciò aggiungo che è scritto con notevole maestria.
Però è penalizzato da una seconda parte ancora più lenta della prima, con pezzi che sembrano la vera biografia di una storia d'amore complicata, un po' pallosette per quanto ben scritte, e altre forse un po' troppo surreali. Purtroppo più si va avanti più diventa noioso, al punto che ho fatto davvero fatica a finirlo

Insomma, questo libro è oggettivamente, almeno credo, più bello di La mente di Schar (anche se il fatto di confrontarli è in fondo sbagliato). Scritto da dio, profondo, misterioso, romantico, affascinante. Ma io, che sono un buzzurro ignorante, mi sono divertito molto di più a leggere le avventure di quello sfigato cronico di Horza.
L'autore stesso,  in un'intervista, l'ha giudicato il suo libro migliore.
Però mi sento di consigliarlo solo a chi si sente più sentimentale di me.

Il Moro.

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